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Interfacce, metafore, immagini.

[Immagine] Segue la descrizione all'immagine in forma di citazione.

Jelly Roll si accese una sigaretta, l’appoggiò in bilico sul bordo del pianoforte, si sedette, e iniziò a suonare. Ragtime. Ma sembrava una cosa mai sentita prima. Non suonava, scivolava. Era come una sottoveste di seta che scivolava via dal corpo di una donna, e lo faceva ballando.

Similitudini e metafore ci sono sempre piaciute. Ci colpiscono nel profondo perché in qualche modo richiamano qualcosa di familiare che risiede in noi in forma di esperienza acquisita o di ricordo più o meno nitido e, facendolo, ci permettono di comprendere pensieri o concetti più complessi con estrema semplicità. Platone diceva che il modo migliore di trasmettere conoscenza è usare il mito. Il mito permette di comunicare attraverso delle immagini un messaggio altrimenti troppo complesso da spiegare in forma pura.

Oggi, dopo migliaia di anni siamo sempre e continuamente alla ricerca di esempi. Teoria e pratica non sono mai stati così distanti così come ora. E’ difficile digerire un ragionamento complicato senza collocarlo in un contesto reale dove poterne verificare l’autenticità. Ancora una volta stiamo parlando di figure retoriche. Le usiamo ovunque, forse sono lo strumento più potente che abbiamo al momento per trasmettere la conoscenza, il canale di comunicazione più diretto e più profondo di cui disponiamo.

Proprio come in poesia, le interfacce si basano sulle metafore. Il bottone funziona perché è radicato in noi il concetto di pressione. Analogamente il drag and drop riproduce il trascinamento reale di un oggetto da un punto all’altro dello spazio. Il desktop nasce come metafora della scrivania. Continuamente riconosciamo negli oggetti con cui andiamo ad interagire un modello, proviamo ad applicarlo e, se funziona, ne siamo compiaciuti.

Non c’è buona interfaccia senza una buona metafora. Più la metafora è forte, più l’interazione è profonda. E quanto più l’interazione è profonda, tanto più la mente è libera dai vincoli della consapevolezza. L’interazione è una forma di simbiosi con l’ambiente e, in quanto tale, essa dovrebbe basarsi più sui sensi che sull’intelletto. Non sulle istruzioni, ma sulle immagini.

Noi viviamo continuamente di immagini. In effetti, più che il prodotto in sé noi compriamo l’immagine che aleggia attorno ad esso. L’immagine di noi che passiamo il dito sulla ghiera dell’iPod per cambiare traccia, di noi che pigiamo sullo schermo dell’iPhone per cercare il ristorante più vicino, di noi davanti a una birra e a un buon gruppo di amici per passare una serata in compagnia. Fa figo, come si dice. In effetti lo è, perché chi realizza il prodotto ci crea sopra anche un’immagine.

Interfacce, metafore e immagini sono strettamente collegate: l’interfaccia fa uso di metafore, le metafore creano immagini. Quanto più è calzante la metafora, tanto più espressiva è l’interfaccia, nitida l’immagine. Usare sapientemente metafore e similitudini significa, in ultima analisi, creare immagini suggestive e comunicare il messaggio senza chiedere sforzo all’interlocutore.

Forse è anche per questo che stimo tanto Baricco come scrittore: quel ragtime, non era meraviglioso?

La foto è di Sir_Leif.

Discuti [1]. Pubblicato martedì 26 maggio 2009 e archiviato in , .

Recensione: “Organizzare la conoscenza” di Gnoli, Marino, Rosati

[Immagine] «La congestione informativa che contraddistingue la nostra epoca pone con urgenza un interrogativo: come archiviare questa mole di dati in modo da favorirne un recupero intelligente? [...] quali criteri di organizzazione e classificazione dell'informazione adottare per facilitarne il ritrovamento?»

Se dovessi dare un nome al periodo storico che stiamo vivendo, probabilmente sceglierei era dell’informazione. Infatti, siamo continuamente inondati da flussi informativi di molteplice natura: dai telegiornali ai feed RSS, passando per le previsioni del meteo, il passaparola, la messaggistica istantanea e il modello un po’ più sperimentale adottato da Twitter. Continuamente e, forse, senza nemmeno rendercene conto, la nostra attività consiste nel catalogare questi dati in appositi contenitori, concreti o astratti che siano. Succede quando sistemiamo i vestiti nell’armadio o collochiamo i libri sugli scaffali, mentre ci spostiamo fra i reparti di un supermercato o passeggiamo in un parco cercando di riordinare le idee. Siamo pignoli, precisi, caotici o disordinati, ma in un modo o nell’altro, abbiamo bisogno di collocare le cose in un posto speciale.

Questo bisogno intrinseco di fare ordine ci accompagna durante la nostra vita sia negli spazi fisici che in quelli digitali. A prescindere dalla natura di questi ambienti e dal contesto che li caratterizza, l’architettura di ogni singolo spazio diventa una componente essenziale per il soddisfacimento di tale necessità. Scale e ascensori ci portano ai diversi piani di un edifico, analogamente gli ipertesti ci conducono fra le pagine di un sito web. Organizzare la conoscenza di , Vittorio Marino e illustra al lettore i pregi e i difetti di ogni singolo sistema di classificazione della conoscenza, con l’obiettivo di compararli e di suggerirne di nuovi prendendo spunto dalle ormai consolidate tecniche della biblioteconomia e della knowledge organization.

Leggi tutto, Discuti [3] . Pubblicato sabato 23 maggio 2009 e archiviato in , .

Apophenia e Design “fragile” nella vita giornaliera

Non vi è mai capitato di trovarvi di fronte ad una porta particolarmente difficile da usare? A prescindere dalla risposta, immaginate la sensazione di trovarvi di fronte ad una porta e notare su di essa un cartello con tanto di istruzioni per l'uso. Questo è design fragile.

Leggendo un articolo di Rob Foster sull’accessibilità ho appreso che il termine apophenia rappresenta l’esperienza di riconoscere modelli e connessioni in dati apparentemente casuali. Un po’ come quando cominciate a vedere in giro persone che portano a spasso il loro cane solo dopo averne preso uno anche voi.

Ultimamente, mi capita spesso di osservare errori di design (o presunti tali) in qualsiasi contesto della vita quotidiana. Pochi giorni fa, ad esempio, ho scoperto che per aprire le tre porte laterali degli autobus gli autisti devono spingere tre pulsanti posizionati in maniera del tutto ambigua rispetto alla collocazione effettiva delle porte sul lato della vettura (sono disposti in orizzontale e sono affiancati da simboli che non sono affatto esplicativi). Riflettendoci ho avuto il sospetto che Steve Krug avrebbe storto il naso se si fosse trovato al posto mio.

Impressione del tutto simile quando, nei primi tempi di scuola guida, facevo fatica a giustificare il ruolo della frizione rispetto a quello dell’acceleratore. Pur essendo due pedali apparentemente uguali, frizione e acceleratore non solo non vanno mai (o quasi) schiacciati assieme, ma vengono adoperati in maniera del tutto opposta. La frizione va premuta quando l’acceleratore va alzato, e viceversa. Anche le risposte, in termini di responsi visivi (e sonori) sono diverse: schiacciando l’acceleratore ottengo un’accelerazione, sollevandolo una decelerazione. Al contrario, sollevando la frizione posso ottenere sia un’accelerazione che una decelerazione (a seconda della marcia che viene ingranata), mentre schiacciandola non si ottiene alcun tipo di risposta immediata (salvo il fatto di perdere il controllo sulle ruote motrici). Col passare del tempo ci ho semplicemente fatto l’abitudine, o come direbbe Donald Norman, ho cominciato a fare affidamento sulla conoscenza interna.

Un’altra volta invece mi trovavo in libreria a spulciare fra i libri di informatica e di design. Fra questi c’era un libro decisamente interessante sulla validità dei diritti d’autore sul web (Legge 2.0, per chi fosse curioso). Non avendo i soldi con me sul momento, sono tornato nella stessa libreria qualche giorno dopo, sperando di essere ancora in tempo ad effettuare l’acquisto. Con mio molto dispiacere, però, ho notato che il libro era scomparso dallo scaffale in cui si trovava l’ultima volta. Il commesso mi ha confermato che la copia era ancora disponibile, ma era stata semplicemente spostata da qualche altra parte. Conclusione? Il libro non si trovava più e alla fine ho dovuto lasciar perdere. A ripensarci ora, dopo aver apprezzato il libro di Luca Rosati, viene quasi da ridere.

Potrei citare tante altre situazioni piacevolmente imbarazzanti: come quando in treno non riuscivo ad aprire la porta di un vagone e intanto Andrea sghignazzava ripensando ai soliti discorsi sul design delle porte; oppure a tutte le volte che non posavo correttamente la cornetta del telefono causando forti stress a chi dall’altra parte rimaneva con la linea occupata; o anche quando in copisteria c’è il self-service e non hai la più benché minimia idea di come fare una fotocopia di quattro stupidi fogliacci di appunti perché ci sono troppe opzioni potenzialmente pericolose sul display della fotocopiatrice.

Pur non accorgendocene, la realtà quotidiana regala splendidi esempi di design e progettazione “fragili” che non riescono a soddisfare completamente le esigenze dell’utente creando situazioni impreviste e incontrollabili, instaurando cattive abitudini o impedendo completamente di portare a termine azioni molto semplici (quali quella di acquistare un libro).

Il mio invito è quello di guardarsi attorno e osservare, osservare, osservare. L’osservazione porta a riflettere su possibili soluzioni, stimolando la nascita di nuove idee. Ed è proprio con le idee e tanta sperimentazione che, un bel giorno, non ci sarà più bisogno di incollare le istruzioni accanto alla maniglia di una porta.

La foto originale è di Rolf Kleef.

Discuti [3]. Pubblicato domenica 26 aprile 2009 e archiviato in , .


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