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Apophenia e Design “fragile” nella vita giornaliera

Non vi è mai capitato di trovarvi di fronte ad una porta particolarmente difficile da usare? A prescindere dalla risposta, immaginate la sensazione di trovarvi di fronte ad una porta e notare su di essa un cartello con tanto di istruzioni per l'uso. Questo è design fragile.

Leggendo un articolo di Rob Foster sull’accessibilità ho appreso che il termine apophenia rappresenta l’esperienza di riconoscere modelli e connessioni in dati apparentemente casuali. Un po’ come quando cominciate a vedere in giro persone che portano a spasso il loro cane solo dopo averne preso uno anche voi.

Ultimamente, mi capita spesso di osservare errori di design (o presunti tali) in qualsiasi contesto della vita quotidiana. Pochi giorni fa, ad esempio, ho scoperto che per aprire le tre porte laterali degli autobus gli autisti devono spingere tre pulsanti posizionati in maniera del tutto ambigua rispetto alla collocazione effettiva delle porte sul lato della vettura (sono disposti in orizzontale e sono affiancati da simboli che non sono affatto esplicativi). Riflettendoci ho avuto il sospetto che Steve Krug avrebbe storto il naso se si fosse trovato al posto mio.

Impressione del tutto simile quando, nei primi tempi di scuola guida, facevo fatica a giustificare il ruolo della frizione rispetto a quello dell’acceleratore. Pur essendo due pedali apparentemente uguali, frizione e acceleratore non solo non vanno mai (o quasi) schiacciati assieme, ma vengono adoperati in maniera del tutto opposta. La frizione va premuta quando l’acceleratore va alzato, e viceversa. Anche le risposte, in termini di responsi visivi (e sonori) sono diverse: schiacciando l’acceleratore ottengo un’accelerazione, sollevandolo una decelerazione. Al contrario, sollevando la frizione posso ottenere sia un’accelerazione che una decelerazione (a seconda della marcia che viene ingranata), mentre schiacciandola non si ottiene alcun tipo di risposta immediata (salvo il fatto di perdere il controllo sulle ruote motrici). Col passare del tempo ci ho semplicemente fatto l’abitudine, o come direbbe Donald Norman, ho cominciato a fare affidamento sulla conoscenza interna.

Un’altra volta invece mi trovavo in libreria a spulciare fra i libri di informatica e di design. Fra questi c’era un libro decisamente interessante sulla validità dei diritti d’autore sul web (Legge 2.0, per chi fosse curioso). Non avendo i soldi con me sul momento, sono tornato nella stessa libreria qualche giorno dopo, sperando di essere ancora in tempo ad effettuare l’acquisto. Con mio molto dispiacere, però, ho notato che il libro era scomparso dallo scaffale in cui si trovava l’ultima volta. Il commesso mi ha confermato che la copia era ancora disponibile, ma era stata semplicemente spostata da qualche altra parte. Conclusione? Il libro non si trovava più e alla fine ho dovuto lasciar perdere. A ripensarci ora, dopo aver apprezzato il libro di Luca Rosati, viene quasi da ridere.

Potrei citare tante altre situazioni piacevolmente imbarazzanti: come quando in treno non riuscivo ad aprire la porta di un vagone e intanto Andrea sghignazzava ripensando ai soliti discorsi sul design delle porte; oppure a tutte le volte che non posavo correttamente la cornetta del telefono causando forti stress a chi dall’altra parte rimaneva con la linea occupata; o anche quando in copisteria c’è il self-service e non hai la più benché minimia idea di come fare una fotocopia di quattro stupidi fogliacci di appunti perché ci sono troppe opzioni potenzialmente pericolose sul display della fotocopiatrice.

Pur non accorgendocene, la realtà quotidiana regala splendidi esempi di design e progettazione “fragili” che non riescono a soddisfare completamente le esigenze dell’utente creando situazioni impreviste e incontrollabili, instaurando cattive abitudini o impedendo completamente di portare a termine azioni molto semplici (quali quella di acquistare un libro).

Il mio invito è quello di guardarsi attorno e osservare, osservare, osservare. L’osservazione porta a riflettere su possibili soluzioni, stimolando la nascita di nuove idee. Ed è proprio con le idee e tanta sperimentazione che, un bel giorno, non ci sarà più bisogno di incollare le istruzioni accanto alla maniglia di una porta.

La foto originale è di Rolf Kleef.

Approfondimenti

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Pubblicato domenica 26 aprile 2009.

Discussione [3]

  1. Tommaso Baldovino aggiunge:

    [Immagine] Segue l'intervento di Tommaso Baldovino

    Bel post, mi è subito venuto in mente Don’t make me think di Steve Krug, ma qualcuno potrebbe anche pensare a La caffettiera del masochista :)

  2. Dav aggiunge:

    [Immagine] Segue l'intervento di Dav

    Le porte dei nuovi TAF delle ferrovie Nord (e qualche treno delle FS) hanno un bottone illuminato di rosso (durante la marcia) oppure di verde (quando il macchinista da il consenso all’apertura delle porte).

    Ora, il bottone non è un bottone, ma un sensore. Il mio primo approccio con quel bottone è stato:

    • il bottone è rosso. Appoggio il dito. Niente. Premo più forte, ma il bottone non si muove. Aspetto;
    • il bottone diventa verde. Premo. Nessun feedback;
    • mentre tengo il pollice contro il bottone, le persone dietro di me iniziano a scalpitare. “Devi schiacciare!”, “Guardi che non si schiaccia, basta appoggiare il dito”, “Secondo me si è incastrato”;
    • Inizia ad uscire la pedana per i disabili. Ancora nessun feedback;
    • PIIIT PIIIT PIIIT (segnale acustico);
    • La porta si apre e la gente esce sbuffando.

    A Berlino i treni hanno lo stesso sistema di apertura. La differenza è che:

    • il conducente avvisa da che lato si apriranno le porte (ovvio? Se siete uno di quelli che girano con un cane e un bastone bianco saprete benissimo di cosa parlo);
    • il feedback sonoro sulla pressione è immediato, anche se si percepisce un leggero ritardo;
    • c’è un feedback visivo: il pulsante si illumina sia di verde che di rosso durante la pressione.

    In nessuno dei casi c’è comunque alcun feedback meccanico su quello stramaledetto pulsante. In questo caso, la soluzione al problema “i pulsanti meccanici si rompono” ha peggiorato la funzionalità del sistema “pulsante apriporta + porta + uscita dal treno”. Bastava una piccola vibrazione sul pulsante, o semplicemente una membrana di gomma che desse almeno l’idea dell’avvenuta pressione.

  3. eKoeS aggiunge:

    [Immagine] Segue l'intervento di eKoeS

    Bel post, mi è subito venuto in mente Don’t make me think di Steve Krug, ma qualcuno potrebbe anche pensare a La caffettiera del masochista :)

    Devo ammettere che ho un debole per La caffettiera del masochista, è un libro che è riuscito nell’impresa di insegnare e, al tempo stesso, intrattenere il lettore (obiettivo spesso mancato dalla maggior parte dei libri più o meno “tecnici”).

    Bastava una piccola vibrazione sul pulsante, o semplicemente una membrana di gomma che desse almeno l’idea dell’avvenuta pressione.

    L’esempio che hai riportato calza perfettamente con quello che volevo dire nell’articolo. Mancanza di chiarezza, di responsi, impossibilità di giustificare correttamente lo scopo di un oggetto. E’ possibile che anche un semplice sensore sia capace di confondere le idee? Sì.

    Tra l’altro oggi ho avuto modo di dare un’altra occhiata alla pulsantiera sugli autobus. Ho finalmente scoperto che il pulsante più a sinistra apre la prima porta e si comporta in un modo abbastanza curioso: schiaccio per aprire e schiaccio per chiudere. Anche in questo caso il bottone non è solo un bottone ma un sensore: quando la luce rossa si accende, le porte sono aperte. Curioso il fatto che l’icona fosse solo sul pulsante centrale e mostrasse due porte chiuse stilizzate con freccette laterali uscenti e con sotto scritto 2.

    Ogni tanto mi capita anche di osservare gli autisti mentre imprecano perché le porte, per qualche curioso motivo, si inceppano. Mi immagino quanto sia piacevole dover premere 4 volte lo stesso pulsante per far sì che la porta si apra e chiuda 2 volte, considerando poi che anche qui permane il discorso sul leggero ritardo fra azione umana e reazione del sistema.

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