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Usabilità di una homepage (oltre il Velo di Maya virtuale)

Nell’intervento precedente ho parlato di quello che a mio parere ritengo uno dei più grandi poteri dell’usabilità: quello di trasformare gli errori commessi dagli utenti in importanti punti di forza del prodotto. Questa volta ne voglio considerare un altro, altrettanto importante: la capacità di sfatare miti e credenze metropolitane e squarciare, cioè, il Velo di Maya virtuale.

Il Velo di Maya è un 'velo' «[...] metafisico illusorio che, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere [...] la liberazione spirituale, tenendoli così imprigionati nel [...] continuo ciclo delle morti e delle rinascite.» (Wikipedia)

Crediti: Il funzionamento della mente, il sogno ed il Velo di Maja: la visione errata della realtà nel buddismo.

Prendiamo come al solito il consueto caso-guida che ci permetterà di formulare la tesi. Consideriamo, cioè, l’affermazione l’homepage è solitamente la prima pagina di un sito web. (cfr. Home page su Wikipedia). Questo tipo di definizione porta generalmente a pensare che l’homepage sia un po’ il punto di partenza dal quale cominciare a navigare un sito - lo dimostra il fatto che dietro alle homepage vi siano studi d’usabilità specifici atti allo scopo di catturare e trattenere il visitatore più a lungo possibile. Il concetto non è assolutamente errato, ma di fatto è incompleto. Vediamo perché.

Molto spesso su questo blog mi sono riferito all’esperienza-utente parlando di prede e cacciatori: gli utenti sono i cacciatori, l’informazione la preda. Questo concetto è generalmente espresso sotto il nome di information foraging e a quanto pare ha fondamenta ben radicate in ambito scientifico. Associato all’information foraging vi è poi l’information snacking che, riassunto brevemente, non fa altro che rimarcare l’atteggiamento del cacciatore nei confronti della preda. Ovvero (citando parti di un mio vecchio intervendo mai in realtà pubblicato):

Stando ad alcuni studi, l’uomo in cerca di informazioni su internet assume un comportamento molto simile a quello di un animale in cerca di cibo: decide cosa cacciare (= effettua una ricerca su google e/o entra su un sito web già conosciuto), fa una stima della traccia che porta alla preda più succulenta (= scannerizza il contenuto presente sulla pagina ricercata), segue la traccia (= clicca su un collegamento e comincia ad usufruire dei contenuti presenti nella pagina).

[…] La quantità di informazioni (prede) desiderata varia dalle esigenze del cacciatore. Un coniglio corposo non è sempre meglio di due conigli piccoli. Se il coniglio più grosso è anche più veloce, il predatore dovrà sprecare più energìe, inclinando così il rapporto costo/beneficio. Se i due conigli più piccoli sono più facili da acchiappare, il predatore farà un rapido calcolo (empirico ed instintivo) su quale delle due prede (il coniglio grosso e i due conigli piccoli) sia la più facile da ottenere.

[…] La competizione porta a visite brevi ma indirizzate. Se la traccia è falsa, ci sono alte possibilità di essere scartati. La competizione è tanta, i siti web pure, l’utente deve solo scegliere quello più affidabile. Una volta fatto ciò, difficilmente meriteremo una seconda visita entro un breve arco di tempo. Nielsen lo chiama information snacking, e secondo lui è dovuto al fatto che maggiore è la qualità dei risultati tornati da un motore di ricerca, minore sarà la sosta su ogni singola pagina (e molto fanno anche le connessioni a banda larga degli ultimi tempi).

Da questi tre periodi capiamo tre cose fondamentali:

  1. L’utente va sempre alla ricerca di informazioni;
  2. Le informazioni preferite dall’utente sono quelle sintetiche e dirette al punto;
  3. La spregiudicatezza dell’utente garantisce che un errore a livello architettonico può essere fatale.

Detto questo, andiamo ad analizzare il caso in cui l’homepage venga considerata il punto di partenza.

La prima evidente contraddizione è che non sempre una sessione di navigazione inizia dalla homepage di un sito web. Spesso infatti la prima azione effettuata dall’utente consiste nel digitare nel motore di ricerca (il molo del web) una richiesta. Il risultato della ricerca porterà poi a dei risultati specifichi che, evidentemente, non sempre garantiscono un accesso diretto alla homepage! Tradotto in termini semplici significa che se sto cercando la ricetta per la coda alla vaccinara, evidentemente verrò portato alla singola pagina in cui la ricetta viene riportata, e non alla homepage di quello stesso sito. La prima incongruenza è dunque dovuta al fatto che la maggior parte degli accessi ad un sito è effettuata a livelli più profondi della homepage (Nielsen insegna).

La seconda contraddizione è che non sempre l’homepage deve contenere la più grande mole di informazioni dell’intero sito web. Spesso si ha l’impressione che l’homepage venga sovraccaricata di prede succulente per far sì di offrire tutto quanto nel minor spazio-tempo possibile. Errore. L’utente-cacciatore ha bisogno di un percorso chiaro e diretto da seguire per fiutare correttamente la preda. Offrirne un numero spropositato non fa altro che portare confusione. Stabilite degli itinerari, incanalate l’utente entro percorsi ben studiati, accompagnateli fino alla fine del proprio safari personale. Le homepage migliori sono quelle che intuitivamente suggeriscono delle destinazioni, equilibrano l’informazione (evitando l’information overload), si propongono come guide per chi ancora non ha esperienza con quelle strade (e abbiamo detto che in genere la prima visita è fatale).

La terza contraddizione consiste proprio nel ritenere che alla prima visita l’utente sappia già automaticamente dove recarsi. Un’impalcatura ben congeniata dispone l’informazione entro spazi ben precisi che garantiscono una prima fondamentale comprensione della mappa del sito a livello strettamente intuitivo. Fallire in questo contesto significa indicare all’utente tracce fasulle in cui la preda cercata è tutt’altro che presente. L’utenza non si registra a un sito senza motivo: il visitatore deve prima avere la garanzìa di essere ricompensato con contenuto di qualità. E ricordo che qualità non è quantità. Date ai vostri utenti una dimostrazione di quello che offrite, se volete che essi si affezionino. I primi ad esporvi siete voi. Sempre.

Questi tre punti ci aiutano a capire che in fondo l’homepage non è sempre un punto di partenza, ma spesso e volentieri di arrivo. D’altronde dopo aver consultato la ricetta potrei sempre essere interessato a scoprire quali altri contenuti interessanti il sito è capace di propormi. Sto cioè offrendo la mia fiducia (eccoci arrivati al punto) dopo aver constatato che in cambio mi è stata già offerta qualità. Tutto ciò, ovviamente, avviene più a livello intuitivo che altro.

Immaginiamo insomma che l’homepage sia una grossa via commerciale scandita più volte da traverse e viottoli che portano a stradine più strette, spesso a vicoli cieci. Qual’è sarà il vostro punto di riferimento entro uno spazio simile? La boulevard, cioè la strada principale. Sempre e comunque. L’homepage è quindi il punto di riferimento, la pagina dalla quale si diramano (possibilmente con logica e rigore) tutti i possibili percorsi proposti all’utente. E alla fine di un percorso, deve essere sempre possibile tornare al punto di partenza, che è ancora una volta l’homepage stessa (ecco spiegato perché la definizione classica non è concettualmente così sbagliata).

Conclusione? Curare ogni singola pagina come se fosse l’homepage di se stessa. Possiamo insomma dire che l’usabilità, oltre a comportarsi in maniera positiva di fronte agli errori, permette di sfatare miti e credenze al fine di mostrarci, squarciando il Velo di Maya virtuale, quali sono i punti d’impatto fondamentali per il successo di un design. Una volta compreso questo, allora cominceranno a cadere i primi (falsi) pilastri.

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Pubblicato lunedì 06 ottobre 2008.

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